Il mio canale Youtube

Ago 5, 2016 Foto

Il mio canale Youtube

GIORGIO TARTARO 1 official tagliataPenso sia giunta l’ora di andare alla fonte, anche per non disperdere tanti anni di lavoro a causa di scelte strutturali ed editoriali da parte di TV e network con cui ho lavorato.

Ho deciso di caricare alcuni video dei vari format televisivi e web, recenti e meno recenti, sul mio canale Youtube.

Grazie per le visualizzazioni e interazioni che vorrete dedicarmi.

https://www.youtube.com/channel/UCkeC0jyPWMRGfS9IzibtGWw

 

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CEM Verbania. Il vero lavoro inizia ora!

Mag 28, 2016 Foto

CEM Verbania. Il vero lavoro inizia ora!
I Sassi del CEM visti da nord.

I Sassi del CEM visti da nord.

Le ombre dei platani sul sassi del CEM.

Le ombre dei platani sul sassi del CEM.

Il terrazzo con copertura in pietra locale.

Il terrazzo con copertura in pietra locale.

Ora c’è e in tanti ne parlano. Come per ogni nuova architettura il vero lavoro riguarda la programmazione e il racconto del progetto e dell’attività che interesserà il nuovo Centro Eventi Multifunzionale di Verbania.

A poche ore di distanza dalla visita agli Arsenali di Venezia, per l’inaugurazione ufficiale e presentazione alla stampa della Biennale di Architettura Veneziana 2016, ho l’occasione di visitare il nuovo manufatto architettonico che interessa la mia città: il CEM di Arroyo.
Lasciate, forse, alle spalle, le polemiche sul concorso e sullo spostamento del sito, cerco di capire l’esistente. Arrivo in auto, e come tante volte passo sul ponte che collega Intra a Santa Rita/Pallanza. Questa volta non cercherò un angolo favorevole per scattare due foto rubate con il telefonino. Mi aspettano l’amico Giovanni Rodari, gallerista d’arte e autore di progetti culturali, Rita Nobile (che scopro poi essere stata mia docente in prima media e Noemi Comola del Comune di Verbania).
10 minuti di ritardo (odio arrivare in ritardo, da sempre) per colpa dell’ora di punta e delle rotonde che imperversano anche a Verbania, ma mi accolgono con un sorriso. Il sito lo conosco bene, in fianco alla bellissima Biblioteca e dove sorgeva la vecchia Arena per spettacoli all’aperto. Sulla foce del San Bernardino, una volta questo sito era una cava di sabbia. Ogni tanto, passando sul ponte, mi appare una subliminale immagine di mucchi inerti e gru arrugginite. Ora ci sono i sassi, che io amo chiamare funghi (qualche detrattore utilizza altri termini) in metallo, con struttura in legno e cemento armato.
Entro nel centro multifunzionale, che come architettura, pur nelle sue diseconomie di scala e di forme, regge il colpo con la contemporaneità. Qualche scivolata sulle soluzioni e materiali adottati negli interni, dove si capisce che l’impresa ha avuto carta bianca (non sarebbe stato male lavorare con materiali più ricercati e performanti, soprattutto per un importante cantiere di questo genere. Penso però che la cosa importante sarà l’allestimento, il programma di eventi, anche in contemporanea, che potrà far vivere il CEM ben oltre i 365 giorni anno, magari arrivando a miracolose moltiplicazioni, come sostiene Rita Nobile. Non posso negare, alcune cose le avrei fatte diversamente, e avrei preferito differenti soluzioni ma il mio orgoglio per il fatto di essere finalmente in una architettura contemporanea degna di tal nome nella mia città, unito all’entusiasmo delle persone che mi hanno guidato nella visita, mi fanno ben sperare sul successo di questo luogo. Sale con tante funzioni, enorme foyer, camerini, servizi, piccole sale mostre, spazi esterni, dai terrazzi all’arena a quota zero, raccontano di un luogo che potrà far viver una vera, nuova stagione alla città di Verbania e a tutto il territorio.
Ma, come dicevo nel titolo, il vero lavoro inizia ora, su due fronti: comunicare il CEM ai cittadini e spiegarne le potenzialità, ricordando i noti effetti Bilbao che l’architettura contemporanea può generare, ma anche lavorare su un piano di eventi e momenti importanti per fare vivere la struttura e portarla a livelli internazionali, iniziando magari dalla vicina Confederazione Elvetica, per arrivare agli stati europei e ad eccellenze oltre oceano.
Uno dei messaggi che dovremmo mandare come verbanesi è la presenza di un nuovo importantissimo elemento di attenzione sulla città, sul territorio. Oltre al paesaggio, ai musei, alla Villa San Remigio, alla Villa Taranto, alla “poca” ma interessante archeologia industriale, la possibilità di agire in rete con le importanti realtà produttive del Lago D’Orta e del centro Forum di Omegna, del teatro di Villadossola, e di tanti altri luoghi di cultura che insistono sul territorio, da Cannobio fino al Cusio, dall’Ossola fino all’aronese Borromeo. Pensando anche localmente, ma agendo globalmente.
Intanto, permettetemi, appuntamento a Letteraltura.
www.ilmaggioreverbania.it
www.letteraltura.it

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10 domande a 5+1AA Alfonso Femìa_Gianluca Peluffo

Feb 10, 2016 Foto, Interviste

10 domande a 5+1AA Alfonso Femìa_Gianluca Peluffo

 

 

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Gianluca Peluffo e Alfonso Femìa ©Maritati

 

1_ Italianità, made in Italy, saper fare italiano. La vostra posizione.

 Alfonso Femìa_ Non “esiste” il Made in Italy! …Non vuole essere una provocazione, ma la riaffermazione del Fare Architettura all’italiana, inteso come “Pensare l’azione”, connubio tra pensiero e progetto. Quella italiana è una diversa prospettiva di Progetto: ci assumiamo rischi, accettiamo contaminazioni tra arte, letteratura e architettura perché abbiamo la capacità di “mettere a sistema”, un’esperienza che è temporalmente, ma anche tecnicamente trasversale.

Gianluca Peluffo_Arte, Architettura e Artigianato, legate fra loro, al territorio, alla natura, alla città. Una forza rinascimentale ancora rivoluzionaria. È un saper fare emozionale, sensuale, materico, che non ha nulla di astrazione o smaterializzazione. È quanto di meno “on air” e quanto di più contemporaneo possa esistere, mettendo insieme arcaico, primitivo, futuro e anima.

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BNP_Tiburtina

 

2_ Diritto alla materia. In che senso?

AF_La forte volontà di dare nuovamente forza alla relazione con l’”Artigianalità”, nell’interpretazione più contemporanea, coinvolge i materiali, la luce, il suono, la percezione nelle e delle Architetture, abbandonando, in via definitiva, il tema dell’Architettura delimitata esclusivamente in un linguaggio codificato. L’architettura recente è stata, tranne rari casi, perlopiù applicazioni di superfici, simili come un tessuto di cui si varia solo la trama dei fili. Pertanto le architetture sono diventate prive di storia, di racconto, di emozione, ma spesso algidi buone declinazioni di stili o mode. Serve il progetto imperfetto e la materia che lo racconta, la cui affermazione oggi diviene battaglia contro l’appiattimento e l’omogeneizzazione delle risposte.

GP_L’uomo e il mondo sono fatti della stessa carne. La materia fisica, la corporeità dell’architettura è l’essenza rinascimentale del nostro lavoro. Guardiamo Masaccio, “San Pietro che cura gli infermi con la propria ombra”: la dichiarazione di esistenza in vita, fisica e corporea che l’ombra evidenzia e, nello stesso tempo, il massimo della spiritualità. Questo è il Diritto alla Materia: l’essenza in vita corporea, materica, sensuale e la sua capacità di diventare meccanismo di risanamento della realtà, di cura degli uomini, e di “Anima del mondo”.

 

3_ Quando parlo della vostra architettura e la definisco contestualizzata, scateno reazioni contrastanti. Perché non è solo una contestualizzazione fisica, mimetica, ma culturale.

AF_Quando vent’anni fa parlavamo di contesto come valore fondativo di un pensiero del progetto imperava la filosofia del “fuckthecontext!”, per poi osservare come negli ultimi anni, tutti coloro che l’hanno abbracciata sono giunti a rinnegare tale affermazione. Il contesto è una dimensione culturale e “musicale”, composta di molteplici aspetti (ritmi, sequenze, sensibilità, responsabilità, sincerità, unicità, magia, alchimia…) con cui entrare in dialettica e attraverso cui ognuno può fare le proprie scelte. Il contesto, con le persone che lo vivono e il tempo che lo attraversa,  saranno i veri giudici. Nessun altro.

GP_Credo si debba parlare di “invenzione nello specifico”: ricerchiamo, attraverso un concetto di “Stra-linguaggio”, una reazione creativa al contesto, una macchina sensuale e percettiva che mette in contatto il sentire personale con quello collettivo. Il concetto di Stra-linguaggio, è legato alla convinzione profonda che la reazione alla moltitudine delirante di informazioni e immagini che subiamo nel nostro cattivo presente vada combattuta non con l’ascetismo minimale (costosissimo e reazionario), o con l’ecologia di comodo (ipocrita e servile), o con la gesticolazione individualista (sterile e a servizio, come un eunuco), ma con uno spirito inclusivo, che accolga ogni informazione contestuale, linguistica, storica e sociale, facendo un durissimo lavoro di sintesi, per restituirla alla collettività in termini condivisibili e popolari.

Autorità Portuale Savona

Autorità Portuale Savona

4_ Concorsi. Ne avete vinti molti, alcuni persi. Soddisfazione e amarezza. Regole e dinamiche sono sempre lineari? All’estero?

AF_Il concorso non è la soluzione di tutti i mali, non è infallibile e può purtroppo avere anche derive non lineari. Ma è l’unico strumento che permette il confronto delle idee, dei progetti e una forma di dialogo. La differenza è se questo strumento viene applicato sempre con continuità in ogni occasione. In Italia è successo tutt’altro e, oggi, solo i privati lo utilizzano spesso come strumento di scelta per progetti di rilevanza architettonica. All’estero è perlopiù una prassi per alcune tipologie di progetto, con differenze da paese a paese, ma ancora oggi il sistema francese è il solo che lo applica in maniera continuativa con responsabilità e attenzione.

GP_L’Italia è la tomba del concorso, del confronto, della ricerca. Ancora ci stiamo riprendendo, (e penso presuntuosamente che valga per noi ma anche per tutta l’Architettura Italiana) dal lutto del Palazzo del Cinema. Quella è una storia incredibile, che unisce arroganza, pressapochismo, malafede. Tradimento. Un racconto di mare e di costa alla Joseph Conrad. All’estero, pur nel momento di pavidità culturale e linguistica europea, qualcosa di meglio accade, e noi possiamo ritenerci soddisfatti. Penso che il mondo del Mediterraneo del Sud sia il luogo potenzialmente di maggiore energia, per questioni di età (popolazione giovane), drammi, energie e storia dimenticata. Da fare ri-emergere come forza e potenza.

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Les Docks, Marseille

5_ Maestri e Archistar. Cosa funziona e cosa non funziona.

AF_Non funziona una logica in cui oggi sia possibile etichettare il nostro lavoro secondo queste logiche. Il nostro mestiere ha bisogno di tempo e profondità, volontà e umiltà, ascolto e esplorazione e non modalità da talentshow o da cinehollywood. Non è interessante, è forse utile per i media, ma crea una frattura forte tra il valore di un progetto, che dovrebbe essere più importante dell’architetto, e il valore mediatico che ad un certo punto si vuole attribuire all’autore. L’architetto, citandoti, ha come medium il progetto … il resto come diceva Robert De Niro sono solo “chiacchiere e distintivo”.

GP_Maestri appartenenti a genealogie, non a generazioni: Giotto, Dante, Masaccio, Piero, Carrà, Licini, Longhi, Ragghianti, Burri, Fontana, Fellini, Antonioni, Luigi Moretti, Michelucci, Lina Bo Bardi. Gli ultimi due sono gli architetti italiani più importanti del ‘900. Delle Archistar non funziona nulla. Sono finite per fortuna. Chi cerca di arrivare a quella finta Aura, compie crimini culturali contro l’umanità. Del resto ora, dopo l’Archistar e l’Ecologia, la parola d’ordine è il “Politicamente Corretto”: ipocrisia, cinismo, servilismo. L’architettura è questione di cuore, fegato e anima. Di romanticismo. Poesia e Linguaggio. Che sono le cose realmente condivisibili.

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IULM_Milano

 

6_ Rapporti personali, dialogo, racconto. L’architettura va spiegata, mai come oggi. Con quali strumenti?

AF_Il progetto come strumento di dialogo. Il dialogo come strumento di progetto. Ritornare a incontrarsi e a parlarsi guardandosi negli occhi e raccontare questi momenti attraverso dei semplici video. Per esempio, negli anni 70, la televisione in parte aveva questo ruolo; oggi gli strumenti accessibili a tutti potrebbero svolgere un compito simile. Credo che in questo modo si possa provare parlare di architettura, e ritengo che per farlo occorra partire dalla città, luogo con cui ognuno di noi, architetti e non, ha un rapporto, vive sensazioni, emozioni, ha osservazioni da porre sul tavolo… Non è una questione per soli architetti, tutt’altro!

GP_Per anni abbiamo affiancato alle nostre immagini (che cercavamo poetiche ed emozionanti), testi letterari e poemi,  immagini dell’arte italiana, le fotografie di Ernesta Caviola. Ora stiamo aggiungendo il tema del video: la narrazione, il movimento degli occhi, del corpo. Crediamo possa diventare un ulteriore strumento di dialogo.

 

7_ La sottile differenza tra il volare alto e il “tirarsela” secondo 5+1AA.

AF_Volontà e umiltà. Pensare e agire. Occorre lavorare con e per il tempo, veloci nella quotidianità, lenti nel tempo lungo, un doppio sguardo.  Non concepisco per origini meridionali e famiglia una idea che preveda la seconda ipotesi che proponi .. non saprei di cosa.

GP_La Generosità. Tutto sta nella Generosità. Chi è generoso, è anche umile con le persone di qualità, con le persone che esistono umanamente. Gli altri che non esistono, o non capisco, accusano di snobismo i generosi e chi dice la verità, oppure chi tace per non essere sgradevole.

Museo del Giocattolo

Museo del Giocattolo_Cormano

 

8_ La vostra architettura come storia, racconto, arte. Punto di vista contemporaneo, aggiornamento nella tradizione.

AF_Amo pensare che il progetto sia una forma di viaggio. Per me tutto rientra in questa parola magica, introversa ed estroversa allo stesso tempo, inclusiva ed esclusiva, reale e immaginaria. Da sempre ritengo che il progetto deve narrare una storia, e ogni storia si muove all’interno di un viaggio che apre portali in mondi diversi secondo una logica circolare che poi alla fine fa tutto tornare al punto di partenza, l’idea, l’azione che ha creato la reazione del progetto. Il progetto è lettura e scrittura e pertanto ciò che è stato è come un libro che hai letto di cui ti porti dietro le note che hai scritto a margine delle pagine, ciò che dovrà essere è quello che devi scrivere, raccontare, che devi avere il coraggio di affrontare.

GP_Genealogia e Appartenenza. La certezza di appartenere, a un livello che tentiamo più serio possibile, a una genealogia artistica italiana precisa.

 

9_ L’ultima volta che avete esultato come chi segna un rigore al novantesimo; l’ultima volta che avete giurato sarebbe stata l’ultima volta.

 AF_Non ho compreso completamente la domanda ma provo a risponderti.

Il mio modo di esultare è invitare le persone vicine in quel momento a vivere un momento magico, fatto di piacere e un po’ di apparente incoscienza, che può limitarsi ad abbandonare tutto per una serata, una giornata. E di questi momenti ne abbiamo, ne ho, sempre bisogno.

GP_Quando mio figlio Enea Garibaldi ride come un matto ogni mattina appena sveglio, esulto di nascosto. Se no il Triplete dell’Inter di Mourinho. Ovviamente. Anche perché forse succederà di nuovo fra 45 anni. Ma vuoi mettere? Ho giurato sarebbe stata l’ultima volta, quando ho insultato persone. Avevo ragione, ma è più forte il dolore, che l’energia negativa scaricata ed il senso di giustizia.

Scuola Zugliano 2

Nuovo complesso scolastico_ Zugliano

 

10_ I tre oggetti più cari nel vostro quotidiano, esclusi i libri 🙂

AF_La casa, i luoghi. Non ho legami particolari con gli oggetti, li ho molto di più con gli spazi.

GP_L’orologio Zenith di mio padre. La mia Motoguzzi V7 Racer. La targhetta della Marina Militare con i miei dati, che porto al collo. Per le persone viventi che amo non considero oggetti ma loro stessi.

 

http://www.5piu1aa.com/it/

 

 

 

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10 domande a Beniamino Servino

Feb 3, 2016 Foto, Interviste

10 domande a Beniamino Servino
Ritratto non nel senso che rinnego

Beniamino Servino

1_ Ti conoscono per i tuoi disegni ma tu continui a ribadire di essere architetto. Vorresti fare più architettura e ti mancano le occasioni?
Sì. I disegni sono uno strumento per la rappresentazione del pensiero di architettura. Ma la costruzione resta il modo migliore per sperimentarla l’architettura. perché con la costruzione dell’architettura il pensiero si corrompe e diventa preziosamente reale.
2_ Sei spesso sferzante nel giudizio su colleghi e progettisti. Ritieni ci sia troppo buonismo?
Sì. Gli slogan che arrivano anche sui giornali e sulle riviste generaliste.
3_ Il fatto di vivere al Sud quanto ti piace o ti condiziona?
Io vivo al Sud perché sono del Sud. Parlo con la inflessione della lingua del Sud. E il mio linguaggio deriva dalla lingua che parlo.

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4_ Se dovessi organizzare una grande mostra a che titolo penseresti? Lavoreresti in modo panoramico o ti focalizzeresti solo su alcuni temi?
VACUA FORMA. Architettura solo forma. Non sulla genesi della forma ma sul suo uso.
5_ Si può insegnare l’architettura? E insegnare a fare architettura? Chi può fare o dovrebbe fare architettura?
Si può usare con gli studenti lo stesso approccio al progetto di quello che si usa nel proprio laboratorio e valutarne le variazioni e gli adattamenti.
6_ Se potessi eliminare qualche periodo o opera di qualche grande. Hai tre possibilità.
Non ho preclusioni o preferenze. Detesto però la categoria del CE NE FOSSERO. Opere grammaticalmente corrette, corrette secondo la grammatica di una accademia ottusa che si ripete sempre uguale come i programmi delle scuole statali. Detesto la intoccabilità dei padri dell’architettura.

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7_ Critica, stampa, comunicazione. Cosa salvi, cosa apprezzi, cosa invece manca nel panorama italiano?
Non mi piace quando si confonde la destinazione della architettura con la sua forma. Gli ospedali per Emergency nell’Africa nera premiati a prescindere, solo perché abbiamo lo scrupolo che ci facciamo tutti i cazzi nostri e così ci salviamo la coscienza.
8_ Sei molto attivo sulle piattaforme social. E su Facebook tiri qualche bomba. Cosa apprezzi dei social e cosa non sopporti.
I social mostrano sempre la varietà della umanità. La biodiversità. Un bestiario meraviglioso e macabro.
9_ Sempre sui social. Hai amici e anche qualche “devoto”. Non so perché ma ogni tanto traspare un po’ di insofferenza. Che esercizi fai per contenerla?
È facile essere etichettati come arrabbiati. È un modo facile per emarginare le fasce di pensiero scomodo.
10_ Sincero. Il tuo podio dell’architettura italiana.
Che domande?! Io su tutti.

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Quasi In Isvizzera

Mag 26, 2015 Foto

Quasi In Isvizzera

E poi ieri, per lavoro, mi capita di andare a Carpi. Prima di Modena prendo la Brennero è già respiro un’aria diversa. Sarà per quell’austero guard rail in corten.
Poi esco a Carpi, appunto, e mi pare di essere in Isvizzera, che io poi la conosco; sono nato a meno di 30 km. Cerco la mia meta, e nel leggere Mirandola mi coglie un po’ di affanno. Cerco i segni del sisma, nei vecchi casali, cappelle, chiese. Niente. Arrivo in una zona industriale in mezzo ai campi, ben servita, strade pulitissime, molto verde. Se il Carpi approda in A, un motivo ci sarà. Siamo nel cuore di una certa moda. image image image image image

Arrivo al parcheggio. La fabbrica bianca, con angoli smussati, giardino e vasche interne, deck e sculture. Abbagliante. L’immagine, il pensiero, le persone. Devo realizzare una puntata monografica sulle creazioni di Daniela Dalla Valle, per la parte casa. Mi informo prima sul sito ma, come sempre, non voglio prepararmi troppo che poi diventa tutto un saccente deja vu.

Incontro i ragazzi della maison, poi Giuliano Cavaletti, compagno di Daniela, poi lei, nordica, mezzo sangue teutonico, sta da sempre con Giuliano, e pur girando il mondo, vivono e lavorano qui in Italia. Libertà, serenità, empatia. Daniela è una forza della natura e gira per l’azienda a piedi nudi. Gli uffici del collaboratori farebbero invidia a tutti coloro che hanno un luogo di lavoro. Semplicità e profondità, rispetto e sorriso per tutti. Le creazioni, le collezioni, le vedrete quando sarà montata la puntata. A me resta una giornata intensa che quello che faccio fatica a spiegare come “il mio lavoro” avolte mi regala.

Non è l’Italia che funziona, sono le persone, alcune persone che, nonostante tutto, scelgono di farla funzionare, anche se deve assomigliare un po’ ad altro, anche se la Germania, la Svizzera e altri luoghi, con alcuni loro paradigmi, ci aiutano a respirare.

Persone non stati, linguaggi non lingue. Giuliano, a pranzo, tra le altre cose: “Sai che l’Italia è il paese con il maggior numero di recinzioni? Di confini chiusi?”.

Progetto sede: Studio B&B Treviso

 

 

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Fondazione Prada: mirabilis repertorius

Mag 15, 2015 Foto

Fondazione Prada: mirabilis repertorius

Passavo in vespa tutte le mattine da largo Isarco, per andare in redazione. Non c’era il semaforo e quello slargo strano, con qualche binario ancora incastrato nell’asfalto, mi faceva guadagnare qualche secondo, ma mi raccontava di preesistenze induN
image image image image imagestriali, che si nutrivano dello scalo di Porta Romana. Una città che era salita. Tanti muri cadenti, ma ancora utili a escludere lo sguardo. Me ne andavo da quell’incrocio pensando al lavoro che sarebbe stato, per me, e al lavoro che è stato, per molti altri.
Ritornare in quello slargo, ora ben sistemato, con cartelloni pubblicitari dedicati, l’ormai noto landmark a foglie d’oro, mi ha fatto pensare molto. Un po’ scettico e diffidente all’inizio, quasi attendendo il solito profluvio tassonomico di Koolhaas, subito rinfrancato in scelte corrette, maniacali, pazze e visionarie.
Non parlo delle collezioni d’arte, sarebbe tautologico. Parlo del mirabile repertorio che, respirato alla scorsa Biennale di Architettura, ho riletto nelle scelte architettoniche, di conservazione e di rinnovamento di una ex distilleria, anonima qb, per poter esser campo di prova della nuova architettura.
Non un progetto di sola conservazione, né una dimostrazione di egolatrici aggiornamenti. Piuttosto un repertorio complesso, e mirabile, di luoghi, spazi, preesistenze, nuovi materiali e tecnologie.
Schiuma di alluminio, utilizzata per scopi militari, che riveste esternamente ed internamente un padiglione centrale (quasi miesiano). Plinti e macchine espositive che ammiccano al magazzino, all’impilabilità, ai pallet, con strati di metacrilato e pietra composita, dettagli illuminotecnici e impiantistici molto aggiornati e super miniaturizzati. Non poteva che essere così per il nuovo, vista anche la propensione alla prestazione, in campo sportivo, della Maison. Il vero contrasto e perfetto equilibrio, si crea con le preesistenze, i padiglioni dalle forme lunghe e strette e i nuovi hangar, dove OMA ha compiuto riletture con attente citazioni. Fil rouge la pavimentazione esterna, perfetta, giocata su pietra, legno, metallo, capace di collegare fisicamente e idealmente i palchi di questa contemporanea rappresentazione, in un opera d’arte tendente al totale, che le collezioni raccontano e racconteranno anche a complesso terminato (la super, macchinosa torre è ancora in costruzione).
Tutto è criticabile, tutto è esaltabile. Mi fido della mia sensazione: quella di un viaggio low cost all’estero, per vedere il nostro Paese cosa è in grado di fare, e per poter raccontare ai miei figli che Milano, la Milano del design, della moda, dell’arte… e dell’architettura, non è più ai confini dell’Impero.
Great!

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Architettura e sorpresa

Mar 10, 2015 Il Mio Punto di Vista

Architettura e sorpresa

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Mi si dirà che è tutto previsto. Mi si dirà che rilievi, progetti, disegni, maquettes, droni, aerogrammetriche, elaborazioni grafiche riescono a far prevedere interamente cosa sarà un edificio.

Anzi, le nuove possibilità di elaborazione grafica, rendering, inserimenti e tutto quanto può prevedere il tutto al millimetro, persino la crescita del verde, un campo di grano o il deperimento naturale della pelle degli edifici.

Secondo me basta girare per la città, viaggiare nei nuovi palazzi, magari in bici, abitare le nuove piazze e alzare la testa oltre i fatidici 4 metri per capire che c’è un momento, quello della prima, quell’istante che fa volare le cesate e i veli che gli architetti non hanno del tutto previsto. Quell’istante che, scomodando la tragedia greca, è il momento dell’agnizione, che ci fa, tutti, sentire piccoli, potenti ma anche impotenti, detentori di un piccolo istante di immortalità.

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